Calo della domanda del petrolio: compagnia USA e UE, due strategie differenti

15.02.21. Il 2020 ha fatto segnare un calo della domanda del petrolio come mai se n’erano visti. Ciò ha stravolto le carte in tavola, per quanto concerne le strategie delle compagnie petrolifere. In alcuni casi, a dire il vero, ha funto da acceleratore. Attualmente, si possono individuare due approcci distinti, all’apparenza inconciliabili, che fanno riferimento grossomodo alle decisioni delle compagnie petrolifere USA e alle compagnie petrolifere UE. 

Un 2020 catastrofico

Non è certamente una notizia fresca, quella del calo della domanda del petrolio nel 2020. Tuttavia, è bene evidenziarla ancora una volta. Anche chi non si intende di oro nero, magari solo leggendo giornali e informandosi sui media tradizionali, è venuto a sapere che il 2020 – tra le altre cose – è stato un anno pessimo per il petrolio. D’altronde, la crisi sanitaria, le chiusure forzate e la recessione drammatica che si è innescata a partire da queste, non potevano che generare un impatto negativo sulla domanda del petrolio. Le compagnie petrolifere si stanno ancora leccando le ferite, ma i numeri a consuntivo parlando di un calo della domanda pari al 9%, e un prezzo a barile che è sceso molto rapidamente, fino a toccare i minimi storici. 

Il 2021, almeno sul fronte del prezzo del petrolio, sembra aver invertito la marcia, mentre la domanda in sé ancora boccheggia. 

Questo contesto ha ispirato alcuni cambiamenti nelle compagnie petrolifere, certo nell’aria da qualche anno, ma che il 2020 ha spinto verso l’accelerazione. Non che il calo della domanda sia stati l’unico fattore, sia chiaro. Da prendere in considerazione sono anche alcuni interventi della governance a livello sovranazionale.

Compagnie petrolifere USA e UE: le due risposte al calo della domanda del petrolio

Con le dovute eccezioni, è possibile individuare due strategie diverse, due risposte all’apparenza auto-escludenti. 

Le compagnie petrolifere americane stanno puntando ancora sul petrolio, come hanno sempre fatto. La speranza, in questo caso, è che il prezzo viaggi su livelli normali e in modo stabile. In questa prospettiva, i nuovi giacimenti del Texas e del Nuovo Messico dovrebbero ritornare competitivi.

Le compagnie petrolifere europee, invece, stanno puntando verso una riconversione che ha i tratti della drammaticità. Ciò trasformerebbe le compagnie petrolifere in compagnie dell’energia, se non l’hanno già fatto.

Il motivo di ciò risiede non tanto in uno scetticismo circa il futuro del petrolio (anche perché il calo della domanda dipende dal calo della richiesta di energia in generale), quanto nei cambiamenti in seno alla governance europea. Gli stati membri dell’UE, sospinti da un Recovery Fund nettamente improntato sulle tematiche green, dovrebbero finanziari con decine o centinaia di miliardi progetti di riconversione energetica. 

Quale sarà la strategia vincente

Stiamo parlando di due approcci radicalmente diverse, ma che presentano comunque delle eccezioni. E’ notizia recente, infatti, che Total abbia intenzione di spostare il 30% dei suoi asset verso le rinnovabili nel giro di dieci anni. 

Inoltre, va preso in considerazione il tema dell’incertezza. I piani delle compagnie europee, per ora, appaiono adeguati al contesto, ma potrebbero non esserlo più se la domanda del petrolio ritornasse ai livelli del 2019 e il prezzo del petrolio si mantenesse stabilmente ai livelli pre-pandemia. Cosa, a dire il vero, niente affatto scontato ma comunque possibile. 

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