L’impatto sul prezzo del petrolio della transizione energetica

25.02.2021. Il prezzo del petrolio è al centro di un piccolo grande mistero. Durante gli ultimi mesi del 2020 analisti, anche autorevoli e istituzionali, prevedevano domanda e quotazioni a livelli bassi o stagnanti, salvo poi essere smentiti dai fatti.

Ma se le analisi nel breve periodo sono attualmente un acceso argomento di discussione, lo stesso si può dire di quelle riguardanti il lungo periodo. Tra l’altro, il tema si lega a quello della transizione energetica. Non si può parlare di prezzo del petrolio nel lungo periodo senza integrare nelle analisi una riflessione sulla transizione energetica.

Cosa sta succedendo

Il tema della transizione energetica non è certo nuovo. E’ da qualche anno che governi e multinazionali stanno pensando a un passaggio tra fonti fossili e fonti rinnovabili. Tuttavia, nell’ultimo anno si è assistita a una accelerazione. Ad aver influito, il cambio di leadership nel mondo occidentale, che ha di fatto spento le velleità dei sovranisti, i quali non sono mai stati sensibili alle esigenze ambientaliste. Soprattutto, ad aver influito è quanto accaduto nel 2020, la debolezza dimostrata dal mercato del petrolio di fronte a una domanda asfittica, e la promessa di finanziamenti nell’ordine delle centinaia di miliardi.

La stessa Unione Europea ha vincolato l’accesso al Recovery Fund a piani di riconversione energetica, mentre l’amministrazione Biden ha fin da subito fatto intendere che la sua politica sarà assolutamente ecologista. D’altronde, con la sospensione delle recenti concessioni petrolifere lascia poco spazio all’immaginazione.

Contemporaneamente, subodorando il clima in via di cambiamento, alcune multinazionali hanno accelerato o rafforzato i loro piani di riconversione. Per esempio, BP e Shell hanno in programma, per i prossimi dieci anni, una forte riduzione della produzione del petrolio. BP ha messo in cantiere addirittura una riduzione del 30% da qui al 2030. 

Quando avverrà il picco della domanda di petrolio

La questione ruota attorno al concetto di “picco della domanda del petrolio”. Quando la domanda comincerà stabilmente e strutturalmente a calare, in quanto progressivamente soppiantata dalle rinnovabili, allora il petrolio potrà essere destinato alla dismissione, e i prezzi scenderanno vertiginosamente. 

Gli analisti si sono interrogati sul quando. Ebbene, i più ottimisti, pensano che in realtà il picco sia alle spalle, e che si sia verificato all’alba della crisi pandemica. La maggioranza, però, parla di un orizzonte ventennale. Che, se si parla di energia a livello mondiale, non è un orizzonte lontano, tutt’altro. In ogni caso, tanto i piani delle multinazionali quanto quelli dei governo necessitano di parecchi anni per essere portati a compimento. Stiamo parlando comunque di un cambio di paradigma epocale.

Il paradosso del prezzo del petrolio

Stando a questi elementi, si potrà assistere a un vero e proprio paradosso del prezzo del petrolio. Nell’imminenza di una riconversione, le quotazioni potrebbero salire in maniera notevole, anziché diminuire. 

Il motivo è abbastanza intuibile. I piani di riconversione, per quanto possa sembrare strano, necessitano di petrolio per essere portati a termine. D’altronde, prevedono la costruzione di infrastrutture, spesso di grandi dimensioni. Dunque, si assisterebbe a un picco di attività, che richiederà energia, disponibile ancora sotto forma di fonte fossile.

Fin qui, niente di particolare. Se però a questa dinamica aggiungiamo quella, certamente più rapida, della riduzione della produzione da parte delle multinazionali, ecco che la legge della domanda e dell’offerta si abbatterà con tutta la sua severità. Domanda ancora sostenuta, offerta in progressivo calo. Il risultato non potrà che essere uno: l’aumento del prezzo del petrolio. 

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